La guerra israelo-palestinese e gli effetti sul prezzo di petrolio e gas

Di Francesco Maria Paradiso e Vincenzo Di Sarli

Il rapporto esistente tra Israele e Palestina è caratterizzato da una lunga serie di conflitti politici e militari. La recente escalation, innescata dall’attacco terroristico di Hamas lo scorso 7 ottobre, rappresenta solo l’ultimo capitolo di una storia iniziata nel 1948 con la fondazione dello Stato di Israele. A partire da allora, le continue ostilità hanno generato a più riprese instabilità politica ed economica nella regione con importanti riflessi sul sistema economico globale, anche per effetto delle implicazioni relative alle risorse energetiche, in particolare petrolio e gas naturale.

A tal proposito, sebbene si siano registrati aumenti temporanei nei prezzi dei combustibili, i recenti sviluppi del conflitto tra Palestina e Israele non hanno avuto un impatto significativo sui prezzi di tali risorse energetiche. Questa situazione è in netto contrasto con quanto accaduto durante la guerra tra Russia e Ucraina, che ha avuto, invece, un impatto significativo sui mercati energetici mondiali.

La principale ragione di questa differenza risiede nel coinvolgimento diretto dei paesi belligeranti nella produzione ed esportazione di petrolio e gas. Diversamente da Palestina e Israele, infatti, la Russia è uno dei principali produttori di petrolio a livello mondiale. Di conseguenza, la sua capacità di influenzare i prezzi del petrolio e i mercati energetici globali è significativa.

D’altra parte, però, i rapporti tra Palestina e Israele giocano da sempre un ruolo di primo piano nella definizione dei delicati equilibri economici e geopolitici del Medio Oriente, regione che, con le sue ingenti riserve petrolifere, è in grado di esercitare forti influenze sui mercati energetici globali.

In altri termini, sebbene il conflitto israelo-palestinese non coinvolga direttamente paesi produttori ed esportatori di combustibili fossili, i riflessi da questo prodotti sul contesto regionale di riferimento potrebbero avere importanti ripercussioni sui prezzi e sull’approvvigionamento di tali fonti energetiche.

Proprio a seconda delle capacità del conflitto di amplificarsi ed estendersi anche ad altri Paesi della regione mediorientale, è possibile distinguere due possibili scenari futuri:

1. Raffreddamento del conflitto: In questo caso, è improbabile che si verifichi un embargo petrolifero o riguardante il gas, con conseguente impatto limitato sui prezzidi tali fonti energetiche.

2. Allargamento del conflitto: In tale eventualità, il conflitto potrebbe coinvolgere paesi apertamente a favore della Palestina, tra cui l’Iran, l’Algeria e il Qatar. Questi paesi sono attivamente impegnati nella produzione e nella fornitura di gas e petrolio ai paesi occidentali, e il loro coinvolgimento nel conflitto potrebbe portare ad un repentino incremento dei prezzi.

Gli effetti prodotti da un allargamento del conflitto non devono essere sottovalutati. L’Iran è il quinto produttore mondiale di petrolio con una produzione che ammonta a 4 milioni di barili al giorno (5% della produzione globale) e il terzo nella classifica dei principali produttori di gas naturale. In quest’ultima classifica figurano anche Qatar e Algeria, i quali occupano rispettivamente la quinta e decima posizione. Si può, pertanto facilmente comprendere come un’eventuale decisione di questi paesi di imporre un embargo petrolifero contro Israele e i loro alleati statunitensi potrebbe avere un impatto significativo sull’economia mondiale, così come accaduto negli anni 70’ del secolo scorso.

Un’ulteriore preoccupazione connessa all’allargamento del conflitto riguarda la minaccia da parte dell’Iran della chiusura del canale di Hormuz. Questo stretto, che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman, è, infatti, una via di transito cruciale per il commercio mondiale del greggio: circa un terzo del petrolio trasportato via mare percorre questo stretto

In definitiva, le fluttuazioni dei prezzi di tali fonti energetiche e la stabilità del oro approvvigionamento dipenderanno fortemente dall’escalation politico-militare del conflitto, e in particolare dal coinvolgimento di ulteriori attori. Secondo una rielaborazione dei dati della Banca Mondiale realizzata dall’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI), nello scenario più pessimistico di un’escalation “profonda”, il prezzo del Brent potrebbe aumentare dagli attuali $ 85 ai $ 145 per barile.

In un mercato energetico già teso, il realizzarsi di un simile scenario avrebbe un impatto fortemente negativo sull’economia mondiale, alimentando l’inflazione e riaccendendo i timori di una nuova “stagflazione”, analogamente a quanto accaduto in seguito alla crisi petrolifera degli anni 70’.


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