L’impatto della crisi Israelo-Palestinese sul piano economico e politico dipenderà principalmente dagli sviluppi futuri del conflitto. Nell’eventualità di un allargamento della guerra alle principali potenze della regione, le conseguenze sui mercati delle materie prime potrebbero essere rilevanti: gli Stati del Medioriente sono responsabili di oltre il 30% della produzione mondiale di petrolio e del 18% della produzione mondiale di gas naturale. Alla luce dei precedenti storici, l’evoluzione del conflitto potrebbe dunque rivestire un ruolo di primaria importanza per le economie occidentali e mondiali. Le possibilità circa un’estensione del conflitto sono tutt’ora oggetto di discussione. Prima di analizzare i potenziali scenari futuri, può giovare un’analisi delle posizioni assunte allo scoppio della guerra da parte dei principali attori mediorientali nei confronti di Israele, al fine di comprendere quali Stati sarebbero effettivamente disposti ad impegnarsi in un conflitto aperto. La situazione internazionale odierna in seno all’area mediorientale presenta apparentemente due blocchi di Paesi distinti: le nazioni orbitanti attorno all’Arabia Saudita e all’Egitto, che hanno mostrato un atteggiamento di relativa neutralità nei confronti di Israele, e il blocco iraniano, che invece è apertamente ostile allo Stato ebraico.
Paesi Neutrali
Tra i Paesi neutrali si possono certamente annoverare Emirati Arabi Uniti e Bahrain, entrambi firmatari degli storici accordi di Abramo del 2020, con cui per la prima volta i due Paesi hanno normalizzato le relazioni diplomatiche con lo Stato di Israele.

Gli Emirati Arabi Uniti, in particolare, ricoprono una posizione peculiare nello scacchiere geopolitico del conflitto: oltre ad essere l’unico Paese mediorientale ad aver esplicitamente condannato gli attacchi di Hamas, sono anche stretti partner commerciali di Israele dal 2020. Ciò spiega la laconica risposta del ministro del commercio emiratino alla domanda sul conflitto: “[Gli Emirati Arabi] non mischiano la politica con gli affari”.
Particolare è altresì la posizione dell’Arabia Saudita, ad oggi perno della coalizione dei Paesi neutrali. È ormai noto che, dall’inizio del 2023, erano in corso trattative tra Israele e Arabia Saudita finalizzate ad una normalizzazione delle reciproche relazioni diplomatiche. Non a caso, si ritiene plausibile che uno degli obbiettivi dell’attacco di Hamas del 7 ottobre fosse proprio quello di interrompere tali trattative (obbiettivo, a conti fatti, raggiunto). Ad ogni modo, la posizione di Riyad di fronte alla causa palestinese è di forzata ma doverosa neutralità. Una delle priorità del governo saudita è infatti quella di limitare l’influenza dell’Iran nella regione1: da ciò deriva l’importanza strategica di Israele, primo antagonista militare e politico di Teheran.
Un altro attore fondamentale è poi L’Egitto del generale Al-Sisi, vincolato dagli accordi di pace di Camp David del 1978, con i quali Israele rinunciava alle pretese sulla regione del Sinai in cambio di un reciproco accordo di non-aggressione. L’Egitto è inoltre cruciale alleato degli Stati Uniti, a loro volta naturalmente. sostenitori di Israele: ne deriva che anche Il Cairo è chiamato alla neutralità dinnanzi alla guerra in corso. Rientra poi nel novero dei Paesi neutrali anche l’Oman che, pur non avendo ufficiali relazioni diplomatiche con Israele, negli ultimi anni ha mostrato la volontà di ricucire il rapporto con il governo di Tel Aviv. Nel 2019 il ministro degli esteri dell’Oman ha affermato: “gli arabi devono prendere iniziative per far sì che Israele superi le paure per il suo futuro nella regione”.
Posizione meno nitida è invece quella di Turchia e Giordania, Stati contraddistinti da relazioni instabili e a tratti ambigue con Israele. Il presidente turco Erdogan, pur mantenendosi formalmente neutrale, ha definito recentemente Hamas “non un’organizzazione terroristica, ma un gruppo di liberatori”. Analogamente, le relazioni tra Israele e Giordania, a seguito di una serie di incidenti, sono ai minimi storici dall’inizio del nuovo millennio. A tal proposito nel 2022 il Re di Giordania Abdallah II dichiarava: “Se loro [Israele] vogliono entrare in guerra con noi, siamo abbastanza preparati”. Ciò nonostante, il governo di Amman intrattiene ad oggi un rapporto di cooperazione economica con Israele (soprattutto per la gestione delle riserve idriche della valle del Giordano) ed è anche vincolato dalla pace firmata nel 1994. Di conseguenza, la posizione giordana rispetto al conflitto è di sostanziale neutralità, sebbene le relazioni con Tel Aviv siano ormai evidentemente deteriorate.
Di meno facile comprensione sono le collocazioni di Qatar e Yemen. Il piccolo Stato del Golfo Persico è storicamente ostile ad Israele e, secondo diversi analisti, è finanziatore delle brigate Al-Qassam, fazione militarista di Hamas. Si ritiene inoltre che il presidente dell’ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyeh, sia attualmente residente a Doha. Ciò nonostante, per ragioni di opportunità strategica, il Qatar riveste un ruolo di mediatore nell’ambito del conflitto.
Nel caso dello Yemen invece, la guerra civile in corso porta con sé una spaccatura nell’orientamento interno: il governo centrale ha dichiarato formalmente neutralità, mentre la minoranza sciita degli Huthi, alleati dell’Iran, si dichiara nemica di Israele.
Paesi non neutrali
I primi nemici di Israele nell’area mediorientale sono Libano e Iran. Al momento, nessuno dei due Paesi ha instaurato relazioni diplomatiche con Tel Aviv. In Libano, l’odio antisemita è animato dalla ferita ancora aperta dalla Guerra del Libano del 2006. Il sentimento antisionista è diffuso nella popolazione e trova espressione nella fazione paramilitare sciita di Hezbollah, già responsabile di numerosi incidenti al confine con Israele nelle ultime settimane. Il Libano è attualmente l’unico paese dell’area che ha materialmente compiuto attacchi sul territorio Israeliano dall’inizio del conflitto. Anche l’Iran, a partire dalla rivoluzione Khomeinista, ha mostrato esplicita avversione all’esistenza dello Stato Israeliano. Non a caso, il governo di Teheran è il principale sostenitore di Hamas ed Hezbollah. In occasione dell’attacco di Hamas del 7 ottobre, l’Ayatollah Khamenei è stato l’unico leader mondiale a congratularsi espressamente con i palestinesi per l’operazione. L’Iran è, a tutti gli effetti, il principale indiziato per un eventuale allargamento del conflitto all’intera regione, sebbene al momento i funzionari di Teheran abbiano affermato di non voler farsi coinvolgere in una guerra aperta con Israele. Dal punto di vista della politica interna iraniana, lo scoppio di un conflitto su larga scala potrebbe presentare anche risvolti positivi per la dittatura: la guerra fungerebbe da catalizzatore, scaricando l’attenzione mediatica sul nemico comune (Israele) e distraendo la popolazione dal tema dei diritti delle donne che ha animato le accese proteste del 2022.
Similmente, anche l’Iraq, la Siria di Al-Assad ed il Kuwait si sono schierati a sostegno della causa palestinese. In particolare, il già conflittuale rapporto tra Israele e Iraq ha subito un inasprimento in occasione del conflitto curdo-iracheno del 2017, nell’ambito del quale il presidente Benjamin Netanyahu aveva espresso il proprio sostegno alla popolazione curda. Ad aggravare le relazioni è sopraggiunto un disegno di legge del governo iracheno del 2022, che vieta, pena la morte, qualsiasi forma di relazione diplomatica, assistenza finanziaria o morale allo stato ebraico.
Infine, assumono posizioni ostili ad Israele anche diversi Paesi dell’Africa settentrionale, quali Libia, Tunisia e Algeria. Il Marocco e il Sudan, invece, hanno mantenuto un atteggiamento di prudente neutralità.
La posizione di USA e Cina
Ai fini di un possibile allargamento del conflitto, è importante soffermarsi anche sul ruolo assunto dalle due superpotenze da cui, almeno nell’ultimo decennio, dipendono le sorti del mondo: Stati Uniti e Cina.
I primi, alleati di Israele, probabilmente vorrebbero evitare un’escalation del conflitto: una guerra in Medioriente aprirebbe un nuovo fronte per l’amministrazione americana, già impegnata a sostenere l’Ucraina e a monitorare le perenni minacce della Cina nei confronti di Taiwan.
Dal canto suo invece, la Cina importa oltre la metà del proprio petrolio dai produttori del Medioriente. Il rischio di un conflitto e di un rialzo dei prezzi del greggio potrebbe avere ripercussioni drammatiche sull’economia cinese, già in difficoltà con la recente crisi del settore immobiliare. È tuttavia vero che un eventuale allargamento del conflitto servirebbe a Pechino un’occasione importante per avviare il tentativo di conquista di Taiwan. In un simile scenario, agli Stati Uniti sarebbe imposta una difficile decisione: combattere con Israele o difendere Taiwan?
Gli scenari futuri
A giorno d’oggi pare improbabile l’eventualità di un allargamento del conflitto nel breve periodo: il mondo arabo, diversamente da quanto accaduto nella guerra del Kippur, oggi non appare compatto. L’ipotesi di un’espansione della guerra risulta difficilmente pronosticabile anche per via della possibilità che Israele disponga di testate nucleari (dato mai confermato ma neppure smentito da Tel Aviv). Ancor meno probabile è la possibilità di un embargo OPEC sul modello di quanto avvenuto nel 1973, dal momento che né l’Arabia Saudita né gli Emirati Arabi, due influenti membri dell’organizzazione, hanno assunto posizioni ostili nei confronti di Israele.
Eppure, negli sviluppi futuri, non è da escludere del tutto la possibilità di un allargamento della guerra, per differenti ragioni.
Anzitutto questo conflitto ha natura sensibilmente diversa rispetto alle operazioni militari israeliane degli anni passati. Secondo i dati dell’OCHA (Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari), negli scontri militari tra il 2008 e il 2022, le vittime palestinesi sono state poco più di 6000. Oggi invece, in appena un mese e mezzo di conflitto, si stima si siano superate le 11 000 vittime in campo palestinese, quasi il doppio di quelle registrate in 15 anni: un bilancio drammatico, senza precedenti.
In aggiunta, la decisa risposta di Israele suscita un altro fondamentale interrogativo: quale sarà, una volta conclusa la guerra, il futuro della Striscia di Gaza?
Ipotizzando un’occupazione permanente del territorio, le conseguenze potrebbero essere disastrose. Nello scenario peggiore, le potenze arabe potrebbero ricompattarsi e muovere guerra ad Israele, in maniera analoga a quanto avvenuto nel 1973 (in tale occasione la regione occupata era il Sinai). La presa totale della Striscia provocherebbe un intenso flusso di profughi verso il valico meridionale di Rafah, unica porta di confine con l’Egitto (che al momento, a causa delle resistenze del generale Al-Sisi, è chiuso al transito di civili palestinesi). Una simile tragedia umanitaria aggraverebbe le relazioni già complesse tra Tel Aviv e le potenze mediorientali, spingendo potenzialmente i Paesi attualmente neutrali ad assumere posizioni più aggressive nei confronti dello stato ebraico. Le conseguenze di una simile situazione, sebbene imprevedibili, aprirebbero a scenari estremamente negativi, sia sul fronte economico che su quello umanitario.
