Nel tessuto economico dell’Argentina, l’inflazione è una presenza costante e, nella continua ricerca della stabilità, emerge la mossa del nuovo Presidente, il quale ha annunciato l’emissione di nuove banconote dal valore di 10.000 e 20.000 pesos. Ma cosa si cela effettivamente dietro questa decisione?
In risposta alla maxi-inflazione che sta dilagando in Argentina, l’ultraliberista Presidente argentino ha comunicato l’introduzione di nuove banconote dal taglio più alto di quelle già in circolazione(attualmente il biglietto di massima denominazione è quello di 2000 pesos con valore equivalente a circa 2 euro al cambio ufficiale), con l’obiettivo di semplificare il più possibile le transazioni, che stanno richiedendo ingenti quantità di banconote, anche per acquisti poco rilevanti. Tuttavia, il destino di queste nuove banconote, il cui effettivo arrivo al pubblico è previsto per giugno, sembra già incerto di fronte all’andamento impetuoso e galoppante dell’inflazione.
Quanto appena citato rappresenta solo una delle tante riforme che sta man mano introducendo Javier Milei, ex presentatore televisivo e neoeletto capo di Stato, che ha proclamato l’avvio della ricostruzione argentina attraverso quella che definisce “terapia shock”. A caratterizzare questa terapia vi sarebbero, infatti, misure estreme quali l’abolizione della Banca Centrale Argentina, la svalutazione del peso con conseguente introduzione del dollaro statunitense, insieme ad importanti tagli alla spesa pubblica in materia di trasporti, energia e cultura.
Nonostante il suo mandato sia iniziato soltanto il 10 dicembre scorso, proprio nel quarantesimo anniversario della democrazia dall’ultima dittatura militare, molte di queste drastiche misure promosse durante la sua campagna elettorale sono già state messe in atto.
Un esempio è l’avvio del processo di deregolazione di una vasta area dell’economia argentina: questo decreto va a modificare o abolisce più di 350 norme economiche, in un Paese abituato a pesanti interventi statali; ciò ha già provocato importanti rivolte e proteste.
Ad oggi, quasi il 50% della popolazione argentina vive al di sotto della soglia di povertà: il problema dell’inflazione, infatti, colpisce in primo luogo le classi sociali più svantaggiate, rendendo sempre più difficile l’acquisto di beni di prima necessità.
L’Istituto Nazionale di Statistica ha registrato un tasso di inflazione annuale del 211,4%: nonostante l’inflazione fosse già alta, gli ultimi preoccupanti aumenti sono dovuti in buona parte proprio alla svalutazione del peso del 50% ad opera del nuovo Presidente, implementata a metà del dicembre scorso.
Gli argentini, ad ogni modo, sono abituati a vivere in condizioni di grande incertezza economica: secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, l’economia del Paese non è cresciuta negli ultimi dodici anni e allo stesso tempo, il Pil pro capite in dollari è diminuito.
La storia economica dell’Argentina è sempre stata caratterizzata da una persistente turbolenza, anche se, nel XX secolo, il Paese ha attraversato un periodo raggiante in cui figurava tra gli Stati più prosperi del mondo, grazie all’esportazione di carne e prodotti agricoli.
Un secolo fa, infatti, l’Argentina era il decimo Paese più ricco del mondo per PIL pro capite ed erano milioni gli immigrati europei che partivano alla ricerca di un avvenire migliore (da ciò deriva il fatto che la sua popolazione sia prevalentemente di origine europea, in particolare di discendenza spagnola e italiana). Successivamente, però, le cose sono cambiate radicalmente, generando quello che oggi viene soprannominato “paradosso argentino”. A partire dal 1950, secondo la Banca Mondiale, il Paese del Tango avrebbe affrontato 16 recessioni, accompagnate damolteplici default, di cui solo 3 negli ultimi 20 anni.
Nel corso degli anni, nonostante l’alternanza di modelli politici antitetici, le sfide economiche dell’Argentina sono rimaste sostanzialmente invariate, con problemi persistenti legati al deficit pubblico e l’inflazione.
Ciò sarebbe avvenuto, e continuerebbe ad avvenire, in quanto persiste una politica monetaria non indipendente e legata al potere politico: per semplificare, sia in epoche passate che recenti, la Banca Centrale Argentina ha emesso moneta per sostenere politiche di spesa pubblica di ampia portata, attraverso le quali i governi sarebbero andati a finanziare gran parte dello stato sociale, compresi sussidi e incentivi, senza però dedicarsi al miglioramento delle numerose inefficienze strutturali della propria economia, conducendo pertanto il Paese ad una situazione disastrosa.
Alla luce di quanto detto, queste ultime mosse attuate dal capo di Stato Milei, benché mirate a fronteggiare le complesse dinamiche dell’inflazione, avrebbero suscitato reazioni diverse e sollevato interrogativi sulla direzione futura dell’economia argentina.
Il Fondo Monetario Internazionale, nonostante le molteplici critiche e perplessità dilaganti, ha accolto positivamente le recenti misure, affermando che forniscono «una buona base» per ulteriori discussioni con l’Argentina sul suo debito con l’istituzione. «Queste coraggiose azioni iniziali mirano a migliorare significativamente le finanze pubbliche in modo da proteggere i più vulnerabili della società e rafforzare il regime dei cambi», ha affermato Julie Kozack, portavoce del FMI. «La loro decisiva attuazione contribuirà a stabilizzare l’economia e getterà le basi per una crescita più sostenibile e guidata dal settore privato».
In conclusione, resta da augurarsi che i passi intrapresi dalle nuove figure politiche in risalto possano illuminare questo vibrante e solare Paese verso un futuro di prosperità e stabilità, sperando, dunque, che queste drastiche misure riescano col tempo a tener fede alle parole proferite dallo stesso Milei durante il discorso inaugurale: «Oggi inizia la fine della decadenza argentina. Iniziamo la ricostruzione e iniziamo a voltare la pagina della nostra storia. Riprendiamo il cammino che non avremmo mai dovuto perdere».
