Di Marco Anastasi e Chiara Arioli
La Corte Suprema degli Stati Uniti si pronuncerà il 22 aprile 2024 sulla concessione a Donald Trump dell’immunità giudiziaria nel processo federale in cui è coinvolto. È attualmente imputato per diffamazione e abuso sessuale sulla scrittrice Jean Carol, frode commerciale e falso in bilancio della holding di famiglia oltre all’accusa di aver conservato documenti governativi altamente confidenziali nella propria villa di Mar- a-Lago, in Florida. Inoltre, l’accusa più grave, riguarda l’assalto al Campidoglio il 6 gennaio 2021 da parte dei suoi sostenitori e il tentativo di modificare il risultato ufficiale delle elezioni presidenziali vinte da Joe Biden nel 2020. Già a dicembre la corte d’appello del District of Columbia aveva respinto la richiesta per l’immunità di Trump e i suoi legali avevano deciso quindi di rivolgersi alla corte suprema. Questi, infatti, ritengono che non possa essere processato per presunti reati commessi mentre era presidente godendo dell’immunità presidenziale. In merito a questo l’ex presidente si pronuncia su un social media in questo modo:
“Gli studiosi di diritto sono estremamente grati per la decisione odierna della Corte Suprema di occuparsi dell’immunità presidenziale. Senza l’immunità un presidente non può operare adeguatamente o prendere decisioni nel migliore interesse degli Stati Uniti”
La Corte ha, fin da subito, chiarito che in questo procedimento, l’imputato viene trattato come qualsiasi altro cittadino.
L’ultima vittoria giudiziaria di Trump risale al 4 marzo 2024 quando i giudici della Corte Suprema confermarono l’eleggibilità di Donald Trump in Colorado e in altri stati, accogliendo il ricorso dell’ex presidente. Con questa sentenza, infatti, i 9 giudici della Corte hanno annullato le decisioni relative all’ineleggibilità per l’ex presidente prese dal Colorado, dalle autorità elettorali del Maine e dal giudice dell’Illinois, evitando però di sentenziare sulla partecipazione o meno di Trump all’insurrezione.
Questi stati, infatti, per fermare la candidatura di Trump, si appellarono alla terza sezione del quattordicesimo emendamento della costituzione degli Stati Uniti che dichiara:
“nessuno potrà essere senatore o rappresentante nel Congresso, o elettore per il presidente e il vicepresidente o potrà ricoprire una qualsiasi carica, civile o militare se, avendo prestato giuramento di difendere la costituzione degli Stati Uniti, abbia preso parte a un’insurrezione o ribellione”.
La sentenza emessa dai nove giudici, che farà da precedente anche per tutti gli altri ricorsi pendenti negli Stati, definisce che è compito del Congresso, e non degli Stati, rimuovere un candidato dalla scheda elettorale per le elezioni presidenziali. Sempre secondo la corte suprema se questa decisione ricadesse sugli stati si creerebbe caos e conflitti tra i diversi stati. In tutto questo si tenga in considerazione che l’ex presidente ha potuto contare su una maggioranza di sei giudici conservatori, di cui tre nominati da lui stesso. Si è trattato di un vero e proprio caso senza precedenti in un’elezione presidenziale.
Spostiamo ora l’attenzione sulle posizioni in politica estera dei due potenziali candidati che si contendono l’elezione come presidente degli Stati Uniti
Tema altrettanto caldo all’interno dello scontro elettorale americano riguarda la politica estera. In un clima globale segnato da conflitti e tensioni internazionali ai massimi storici dalla Guerra Fredda, le posizioni dei due candidati in corsa potrebbero incidere significativamente sul futuro dell’Occidente e, per estensione, del mondo intero.
Un primo elemento interessante riguarda l’immagine che i due presidenti presentano al mondo alla vigilia delle elezioni. Entrambi, vale la pena anticipare, non godono di unanime fiducia internazionale, per ragioni differenti.
Anzitutto, la figura di Joe Biden è irrimediabilmente macchiata dal disastroso ritiro dall’Afghanistan del 2021. Se a ciò si aggiungono i due conflitti di Ucraina e Gaza (entrambi scoppiati sotto il mandato del presidente uscente), l’assalto a Capital Hill e i ripetuti svarioni comunicativi, emerge la figura di un presidente indebolito, in difficoltà nel tenere salde le redini dell’ordine mondiale.
D’altro canto, sebbene Donald Trump possa vantare una relativa stabilità internazionale sotto il suo quadriennio di mandato, egli non gode complessivamente di un’immagine migliore del rivale.
Gli assidui slogan sovranisti, i processi in corso e le posizioni politiche estreme, rendono il Tycoon una figura preoccupante e malgradita (se non invisa) a gran parte delle democrazie mondiali.
Venendo ora agli scenari futuri, diversi sono i punti degni di attenzione.
Per quanto concerne il conflitto Israelo-Palestinese, l’immagine di Biden è attualmente lesa dal mancato ottenimento di un cessate il fuoco nella striscia di Gaza, complice l’ostinazione bellicista del presidente Netanyahu (elemento, questo, che sta facendo vacillare il sostegno di progressisti e pacifisti alla campagna del presidente uscente). Tuttavia si ritiene improbabile, realisticamente, che un’eventuale presidenza Trump possa incidere sul conflitto in maniera dissimile da quanto fatto finora da Biden.
Ben diversa è invece la questione ucraina. Biden, da un lato, ha sempre insistito per garantire sostegno militare alla resistenza di Kiev, incontrando il favore dell’UE. Trump, di contro, si è detto contrario all’invio di armi; non a caso, il partito repubblicano ha più volte bloccato al Congresso i pacchetti di aiuti per l’Ucraina stanziati dall’amministrazione democratica. Il Tycoon sarebbe favorevole ad una negoziazione immediata con la Russia di Putin (con cui è storicamente in buoni rapporti) ed è convinto di poter giungere ad una conclusione del conflitto in sole ventiquattro ore. Un’ipotesi, questa, che solleva angoscianti interrogativi sul futuro dell’Ucraina.
Terzo tema rilevante riguarda infine il rapporto con la Cina e il Pacifico. Biden ha in più occasioni mostrato un concreto impegno nel contenere l’espansionismo (economico e militare) di Pechino nel sud-est asiatico. Punti cardine della sua politica estera sono infatti il sostegno militare a Taiwan in caso di invasione cinese, nonché l’attivo supporto agli alleati della regione, come le Filippine di Marcos, il Giappone e la Corea del sud. Il suo intento è quello di porsi come garante delle democrazie del Pacifico: una posizione storicamente apprezzata dal mondo liberale.
Su tale questione, la posizione di Trump potrebbe non essere la medesima. Come riportato dal Nikkei Asia, è possibile che l’ex presidente, nel perseguire la politica isolazionista dell’America First (con cui, si ricorda, ha anche minacciato un’improbabile uscita dalla NATO), allenti il sostegno statunitense a Taiwan e alle democrazie asiatiche, privilegiando una strategia di guerra commerciale con la Cina.
In una simile evenienza, il dominio cinese nella regione potrebbe consolidarsi, rendendo sempre più concreto il rischio di un’invasione di Taiwan, con conseguenze catastrofiche per la stabilità dell’ordine mondiale.
