Il Piano Mattei, avviato e costantemente sostenuto dalla Premier Giorgia Meloni, ha come obbiettivo cardine quello di promuovere lo sviluppo in Stati africani. Nello specifico il piano si presenta articolato fra istruzione e formazione professionale, accompagnato da singoli progetti volti ai settori della sanità, agricoltura ed energia. Nonostante l’ambizione di alcuni punti presentati e la genericità di altri, vi sono iniziative concrete delineate; come ad esempio il sostentamento della produzione agricola in un’area a 200 chilometri da Alessandria in Egitto, con investimenti in macchinari e nuove tecniche di coltivazione. Questa pianificazione, affiancata ai benefici che l’Italia e l’Europa trarrebbero in termini energetici dall’Africa, ha fatto sì che le istituzioni europee si convincessero del potenziale del piano presentato. La penisola coprirebbe un ruolo fondamentale per l’intera Unione Europea, solidificherebbe i rapporti e la cooperazione con i paesi africani, diventando un hub energetico fra i due continenti.
Fragilità di una mossa strategica, ancor prima di una linea di cooperazione
La Premier, sin dalla presentazione del Piano lo scorso 28 gennaio, ha ribadito fermamente il carattere cooperativo del progetto, distaccandosi da un approccio predatorio. La visione promossa è quella di un rapporto da pari a pari piuttosto che semplice carità.
Tuttavia non esistono mosse non strategiche e prive di secondi fini sulla scacchiera geopolitica globale, a maggior ragione in un momento prossimo alle elezioni europee. Basti pensare al fatto che l’iniziativa è stata comunicata all’Africa a piani già fatti, non vi è stato alcun confronto in fase di elaborazione.
In primis, risulta fondamentale per l’Italia fronteggiare le difficoltà di approvvigionamento energetico a seguito dei blocchi dalla Russia, inoltre, ha l’occasione di contribuire al contrasto della penetrazione di Cina, Russia, Turchia ed Emirati Arabi in Africa; entrambi fattori che gioverebbero tanto alla penisola, quanto all’Unione Europea. Questi aspetti possono comunque risultare paralleli all’effettiva cooperazione con i paesi africani, tanto da non ostacolare gli aiuti concreti che questi ultimi riceverebbero, se non fosse per altri due fattori fondamentali da considerare: l’esiguità delle risorse e le tempistiche del Piano.
Dei 5,5 miliardi, 3 provengono dal Fondo italiano per il clima, una cifra pari a più del 70 per cento delle risorse a disposizione, e i restanti 2,5 dai fondi dedicati all’Aiuto Pubblico allo Sviluppo Italiano, ovvero da stanziamenti già previsti dalla cosiddetta “cooperazione allo sviluppo”. Il governo non ha quindi messo sul tavolo risorse aggiuntive, quanto più ha ripartito in maniera differente quelle già impiegate. Questa mossa, potrebbe però costituire il problema di come rifinanziare il fondo nato per rispettare gli accordi sul clima presi a livello internazionale, vista la correlazione tirata fra il Piano Mattei e la questione climatica. Soprattutto sapendo che le risorse effettivamente messe a disposizione dall’Italia annualmente erano già inferiori agli impegni assunti. Il Piano è di natura quinquennale, con possibilità di rinnovo, i paesi inclusi riceveranno quindi poco più di un miliardo l’anno. Si delinea quindi un quadro instabile, vista la durata media dei governi italiani.
La convinzione del governo e il supporto dell’Europa sembrano però far prevalere il bisogno effettivo che il vecchio continente ha dell’Africa, la fornitura di gas risulta oggi essenziale visti i blocchi a livello globale in campo energetico.
Influenza sui flussi migratori
Un’altra leva utilizzata da Meloni per attirare l’attenzione sul Piano è la tematica dei flussi migratori, in particolare il nesso che il progetto può avere con la gestione degli stessi. “Difendere il diritto a non dover emigrare, prima ancora del diritto a poter emigrare. E questo si fa con investimenti e con una strategia” ha rimarcato la Premier. Questa questione è stata presentata principalmente ai cittadini italiani, statisticamente molto sensibili alla tematica, ma inevitabilmente anche vari paesi europei si sono dimostrati interessati.
Quanto alle politiche di contenimento dei flussi migratori però, è ormai noto quanto siano estremamente complesse nell’attuazione, nonché sbagliate nel merito. Il terzo settore in Italia sostiene l’immigrazione, basti pensare ai sussidi di Confindustria per l’integrazione, nelle campagne e nei lavori manuali gli immigrati servono all’Italia più di quanto l’Italia serva a loro, tanto che occorrerebbe istituire corridoi legali e sicuri di immigrazione. Anche perché l’ingresso dei rifugiati sono solo una frazione di un fenomeno migratorio dovuto a fattori più ampi derivati dalle guerre e dall’instabilità di varie regioni africane, intoccabili dunque da politiche internazionali o interventi di salvataggio da parte del vecchio continente.
Intervento da parte dell’Europa
Se il solo Piano Mattei può portare un beneficio minimo agli stati africani, vista la quantità di risorse e l’ambizione degli obbiettivi, un impatto maggiore potrebbe essere dato dal supporto dell’Unione Europea. L’attuazione del Piano è tra i 170 progetti selezionati dalla Commissione europea per sostenere i governi dei 27 paesi attraverso lo Strumento di sostegno tecnico dell’UE.
Un intervento coeso con principi saldi potrebbe permettere all’Europa di guadagnare una posizione importante nello scenario globale, competendo più attivamente con le mani cinese, russa e statunitense.
Il governo cinese negli anni ha garantito ingenti prestiti all’Africa risolti però con un nulla di fatto, difatti ora si è spostata anche sul settore privato e si limita a un miliardo l’anno in quanto il continente africano non può essere in grado di ripagare il tutto. La strategia a cui però l’Europa potrebbe puntare è proprio quella di non aspettarsi la restituzione del captale né di interessi, anche perché comunque come si è visto l’Africa può ricambiare in termine di risorse e tramite cooperazione, andrebbe quindi perseguita la logica del fondo perduto, accompagnata da una questione morale.
