Contesto:
Lo stretto di Formosa è indubbiamente, ad oggi, uno dei fronti caldi dello scacchiere geopolitico mondiale. Negli ultimi anni, perseguendo la celebre “Politica dell’unica Cina”, la Repubblica Popolare Cinese ha incrementato la propria pressione politica e militare sulla Repubblica di Cina (Taiwan). È intenzione dichiarata del governo di Xi Jinping quella di riunificare le due Cine sotto il controllo di Pechino, anche con la forza se necessario. Taiwan, per contro, è oggigiorno uno Stato democratico e indipendente de facto, determinato a preservare la propria autonomia politica dalle pretese della Cina comunista. In questo scenario, il rischio di assistere nel breve periodo ad un nuovo tentativo di invasione da parte della RPC (come già accaduto nel 1954 e nel 1958) è concreto. Qualora ciò dovesse avvenire, si potrebbe assistere ad un sanguinoso conflitto allargato nel Pacifico, con conseguenze drammatiche per l’ordine e la stabilità mondiale. Obbiettivo del seguente articolo sarà analizzare la rilevanza strategica ed economica di Taiwan negli equilibri mondiali, esaminando le potenziali ripercussioni di un’eventuale guerra nel prossimo futuro.
Perché Taiwan è importante economicamente?
Taiwan è anzitutto una potenza economica rilevante in Asia e nel mondo. Stando ai dati del FMI relativi al 2023, si tratta del ventiduesimo Paese al mondo per prodotto interno lordo, nonché il quattordicesimo per PIL pro capite. Ciò che rende Taiwan fondamentale per l’economia mondiale è il suo ruolo predominante nell’industria dei semiconduttori. L’isola, di poco più grande della Sicilia, è responsabile da sola della produzione del 63% dei chip mondiali, grazie ad imprese multinazionali come TSMC (Taiwan Semiconductor Manifacturing Company), UMC e PSMC. Tali imprese sono tra le poche a produrre chip di precisione su larga scala, e dispongono di un know-how arduo da eguagliare: non a caso TSMC e Samsung (coreana) sono le uniche due imprese mondiali in grado di produrre chip di dimensioni inferiori a 5 nm. Le imprese Taiwanesi detengono complessivamente il 70% delle fonderie del globo, con le quali producono e vendono i chip grezzi, delegando ai clienti fabless (come Apple, Nvidia, Qualcomm) la fase di progettazione. Secondo l’U.S. International Trade Commission, il 44% dei logic chip ed il 20% dei memory chip utilizzati negli Stati Uniti passa, nelle sue fasi di realizzazione, dall’isola di Formosa. Neppure l’Unione Europea e, in misura minore, la Cina, sono esenti da una simile dipendenza. A riprova dell’importanza delle fonderie taiwanesi, si pensi alla crisi dei semiconduttori, verificatasi durante la pandemia da Covid-19: nel 2020, la riduzione della produzione di chip a Taiwan mise in ginocchio le industrie automobilistiche e tecnologiche europee e statunitensi. Alla luce di quanto esposto, Taiwan può a tutti gli effetti essere considerata strategicamente un tassello chiave nella nuova Guerra fredda tra Cina e Stati Uniti. Non è un caso se, nell’ambito della guerra commerciale tra Washington e Pechino, nel 2020 il governo americano abbia proibito alle aziende taiwanesi che adottano componenti e brevetti americani di vendere i propri prodotti ad una serie di società cinesi; come conseguenza, TSMC ha interrotto la fornitura a tali imprese (tra cui figurava anche Huawei), costringendole a rivolgersi al mercato interno cinese (ancora qualitativamente inferiore a quello taiwanese e coreano). In risposta alle restrizioni americane, la Cina ha vietato l’importazione di chip Intel e AMD per le imprese di stato. La Repubblica Popolare cinese ha recentemente investito diversi miliardi nella costruzione di fabbriche e fonderie che possano accrescere la produzione interna di chip. L’obbiettivo dichiarato del governo di Pechino è quello di ridurre la dipendenza da Taiwan e raggiungere entro il 2025 una produzione made in China per oltre il 70% dei chip impiegati dall’industria nazionale. L’intento potrebbe essere in linea con una futura invasione dell’isola: se la Cina si rendesse autosufficiente, i danni collaterali di un’eventuale cessazione delle forniture taiwanesi sarebbero minimizzati. Altro elemento da non sottovalutare, nel lungo periodo, riguarda la distribuzione geografica del silicio e dei semiconduttori, presenti in abbondanza sul territorio cinese. La Cina, tramite integrazione verticale, potrebbe costruire una filiera interamente nazionale nella produzione dei chip e aspirare così, in caso di presa di Taiwan, ad imporsi come Nazione dominante in questo settore strategico. Nell’eventualità in cui Taiwan dovesse cadere in mano cinese, per l’Occidente si prospetterebbe una sfida economica tutt’altro che semplice da gestire. Gli Stati Uniti, consci dei rischi, si stanno già muovendo al fine di tutelarsi: l’amministrazione Biden ha infatti offerto alla taiwanese TSMC 6.6 miliardi per costruire tre fonderie in Arizona, così da aumentare la produzione di chip sul territorio americano (al sicuro dall’eventuale invasione cinese). L’Unione Europea, in maniera analoga, ha annunciato di voler aumentare la produzione interna di chip, con l’obbiettivo di ottenere il 20% del mercato globale entro il 2030.
Perché Taiwan è importante politicamente?
Non è riduttivo affermare che dal futuro di Taiwan possa dipendere la stabilità dell’ordine mondiale. Perché, al di là della rilevanza economica, Taiwan è il faro della democrazia asiatica. Si tratta di un paese che ha ultimato con successo la totale emancipazione dall’autocrazia di Chiang Kai-Shek già dai primi anni Novanta. Oggi, insieme al Giappone, è l’unica democrazia completa dell’ Asia orientale ed è modello di ispirazione per i movimenti liberali del sud-est asiatico. Non è un caso se, oggi, buona parte del mondo guarda all’isola di Taiwan interrogandosi sulle sorti dell’equilibrio mondiale: per gli Stati Uniti e l’Occidente è un partner vitale, per la Cina è il tassello fondamentale per una futura espansione politica ed economica. L’eventuale presa dell’isola da parte di Pechino potrebbe rappresentare una spallata pesantissima al dominio americano, tale da ridisegnare gli equilibri del Pacifico e assegnare alla Cina il ruolo di potenza egemone nell’area. Agli Stati Uniti è imposta una prova di solidità, atta ad evitare lo scoppio di un conflitto sanguinoso e a contenere la politica apertamente espansionistica del governo di Xi Jinping. A tal proposito, la visita a Taipei del 2020 della speaker della Camera americana Nancy Pelosi porta un messaggio politico chiaro: gli Stati Uniti, pur riconoscendo la Politica dell’unica Cina, non abbandoneranno facilmente Taiwan. Si tratta di una forte ambiguità politica, ormai caratteristica delle relazioni sino-americane. Lo scopo è quello di muoversi sul filo del rasoio, evitando lo scontro con Pechino ma mostrando vicinanza ideologica a Taiwan, per scongiurare un nuovo, nefasto, tentativo di invasione cinese. Tuttavia, in un clima di crescente tensione internazionale, il mantenimento della pace nel lungo periodo potrebbe rivelarsi, indipendente dagli sforzi, un’amara, tragica utopia.
