Di Riccardo Colombo e Daniel Graziano
Nel 2023 Amazon ha dichiarato che il 100% dell’energia consumata dal gruppo provenisse da fonti di energia rinnovabile. Tuttavia, andando oltre la mera dichiarazione, si scopre come il 58% dell’energia fosse sostenibile secondo l’ausilio di Certificati di Energia Rinnovabile (REC): questi certificati, scambiabili a mercato, sono emessi ogni qualvolta viene prodotta un’unità di energia rinnovabile; possono essere acquistati nell’ordine di pochi dollari da aziende terze che attingono energia da reti non-green allo scopo di abbassare o azzerare il proprio impatto ambientale.
Dato l’ingente consumo di energia dei datacenter, i maggiori compratori dei REC sono le big tech1, che si servono di questi contratti per “compensare” le emissioni altamente inquinanti di impianti a carbone e gas connessi alla rete energetica locale, da cui attingono per alimentare i server energivori durante la notte ed ogni qual volta il sole non splenda ed il vento non soffi. Questa necessità sorge dal fatto che, una volta immessa nella rete, non è più possibile distinguere la fonte di produzione dell’energia, di conseguenza parte dei consumi di una rete alimentata non completamente da fonti sostenibili, deve essere dichiarata non-green, proporzionalmente al mix, e quindi compensata con REC; il tutto nell’ottica del raggiungimento degli obiettivi carbon neutral delle big tech.
La compensazione in questione è efficace solo per le rendicontazioni delle aziende chiamate a riportare riguardo la sostenibilità: la contabilità delle emissioni ambientali è regolata da leggi risalenti agli anni ’90 che prevedono l’utilizzo dei certificati. Inoltre, l’accuratezza delle rendicontazioni è certificata da enti non-profit fondati e finanziati dalle big tech stesse.
In primis, i certificati rappresentano un problema per il pianeta: secondo norme attualmente vigenti, un’unità di energia prodotta con fonti fossili può essere ripulita con un certificato emesso giorni prima in un impianto di rinnovabili distante centinaia di chilometri. Il limite geografico riguardo la valida produzione dei certificati e il valido acquisto ai fini di rendicontazione sono gli Stati Uniti interi2; mentre in termini temporali non è richiesta alcuna contemporaneità tra l’utilizzo dell’energia inquinante e l’emissione del certificato green.
In aggiunta, i certificati, sebbene siano stati in passato un incentivo all’adozione di fonti green, attualmente non favoriscono l’aumento dell’offerta di energia rinnovabile né un calo nelle emissioni, come riportato dal Greenhouse Gas Management Institute3. In sintesi, nel 2024, i REC costituiscono un meccanismo legale per aggirare la responsabilità climatica che grandi aziende devono assumere verso il pianeta.
Al contempo, è indiscutibile che le big tech agiscano pienamente entro i confini della legge, producendo reportistiche corrette ed affermando legittimamente di aver raggiunto ambiziosi obiettivi in termini di sostenibilità (come ribadiscono Amazon e Meta tramite la non-profit da loro finanziata The Emissions First Partnership4). Quindi alla luce di ciò, è necessario riconoscere che la legge stessa non sia più adatta ai tempi correnti. Infatti, le normative riguardo l’utilizzo dei certificati furono pensate ed entrarono in vigore negli anni Novanta, quando il cambiamento climatico era un tema esclusivo di soli esperti e scienziati. Ad oggi, nonostante modifiche e aggiornamenti più recenti, la reportistica tramite REC rimane a tutti gli effetti un sistema distorsivo che rischia di rallentare o persino ostacolare l’adozione di soluzioni più sostenibili, in quanto spesso più costose e quindi erosive verso l’utile.
Considerata l’urgenza e l’entità del cambiamento climatico e l’esponenziale crescita di domanda di energia causata dall’intelligenza artificiale, sono molte la parti che hanno avanzato proposte di revisione.
Aziende tecnologiche, come Amazon, Meta e Google, sono fortemente e attivamente coinvolte nella revisione del Greenhouse Gas Protocol5. Questi colossi, impegnati nel raggiungimento di ambiziosi obiettivi di sostenibilità, stanno cercando di influenzare il processo di revisione delle regole in corso, in modo che si adattino perfettamente alle proprie esigenze ed ai propri modelli di business, suscitando preoccupazioni legate al potenziale impatto del lobbying aziendale.
Le proposte in discussione rivelano differenze significative nelle strategie di compensazione delle emissioni. Amazon e Meta, insieme ad altri membri del gruppo Emissions First Partnership4, sostengono un sistema più flessibile che consenta l’acquisto di certificazioni di energia rinnovabile acquistabili da regioni e momenti diversi rispetto alla localizzazione e al tempo effettivo del consumo energetico, con l’idea di promuovere l’investimento in energie rinnovabili anche in regioni meno sviluppate o caratterizzate da reti elettriche più inquinanti. Questo approccio, considerato da alcuni più economico e realistico, rischia di compromettere la trasparenza e la veridicità delle riduzioni di emissioni dichiarate, poiché permette a una società di contabilizzare energie pulite prodotte in aree lontane e in tempi diversi, non necessariamente legate al consumo effettivo e senza quindi una corrispondenza con l’impatto ambientale diretto.
Google propone invece un approccio più rigoroso, che impone l’obbligo di acquistare certificati da impianti situati nella medesima area geografica e nello stesso periodo del consumo, per garantire che le compensazioni siano effettivamente coerenti con le emissioni reali. Questo modello, sebbene più oneroso e complesso da attuare, è visto come una scelta che favorisce una maggiore responsabilità locale e un impegno concreto nella decarbonizzazione delle reti energetiche regionali.
Il rischio di lobbying a favore di un sistema di certificati più permissivo è tutt’altro che trascurabile: considerando che grandi aziende come Amazon e Meta finanziano ricerche e influenzano le decisioni politiche, potrebbero modellare i regolamenti a proprio favore, agevolando la compensazione delle proprie emissioni senza un reale abbattimento dell’inquinamento. Un esempio emblematico è rappresentato dall’influenza di Jeff Bezos attraverso il Bezos Earth Fund6, l’iniziativa filantropica che ha donato ingenti somme per sostenere la riforma del protocollo, sollevando interrogativi sulla trasparenza del processo decisionale e amplificando il rischio di un’implementazione di una normativa che, nell’accomodare le richieste delle big tech, dimentichi l’esigenza più impellente di contrastare le emissioni e favorire la transizione verso un mondo green.
È chiaro come i Certificati di Energia Rinnovabile non siano più una soluzione adeguata ed efficace per ridurre le emissioni. Tuttavia, possiamo ancora aspirare a un futuro in cui la sostenibilità non sia compromessa. Una via promettente potrebbe essere l’inclusione del nucleare, un’opzione a basse emissioni di carbonio, nel mix energetico. L’interesse crescente verso questa tecnologia può fungere da compromesso tra l’impegno delle big tech verso obiettivi di sostenibilità e la reale riduzione delle emissioni, avvicinando le aziende alla transizione green. Con un quadro normativo adeguato e trasparente, l’energia nucleare potrebbe contribuire a costruire una rete energetica sostenibile che superi i limiti dei REC, favorendo soluzioni strutturali per il nostro pianeta e per le generazioni future.
Note integrative:
- Per “big tech” si considerano nello specifico Alphabet, Amazon, Apple, Meta e Microsoft, data la maggiore disponibilità di dati verso i temi trattati. La pratica dei REC è diffusa e consolidata nel mondo corporate USA: l’analisi svolta si consideri applicabile alla maggior parte delle entità tech energivore, sebbene con diverse entità.
- I certificati sono normati e comunemente diffusi nell’Unione Europea e negli Stati Uniti; di conseguenze i rispettivi ordinamenti in materia impongono che la produzione e l’utilizzo dei certificati entro i confini delle due aree.
- Il Greenhouse Gas Management Institute è un’organizzazione non-profit statunitense che si occupa di gestione e verifica delle emissioni a livello globale, offrendo supporto a enti pubblici e privati.
- “The Emissions First Partnership, cofondata, tra molte, da General Motors, Amazon, Meta e Salesforce, mira a promuovere un nuovo modello di contabilità delle emissioni di gas serra, incentivando progetti di energia pulita che massimizzino l’impatto sulla riduzione delle emissioni.” Questo è quanto riportato dal sito web dell’associazione; nella pratica si potrebbe argomentare che è una partnership non-profit volta ad attività di lobbying a favore delle stesse aziende.
- Il Greenhouse Gas Protocol è uno standard globale, nato dalla collaborazione tra il World Resources Institute (WRI) e il World Business Council for Sustainable Development (WBCSD), per misurare, gestire e rendicontare le emissioni di gas serra di aziende e organizzazioni. Fornisce costantemente linee guida per misurare emissioni dirette e indirette, suddividendole in tre scope (categorie di competenza).
- Bezos Earth Fund è un fondo filantropico creato da Jeff Bezos nel 2020 allo scopo di finanziare e sostenere progetti e iniziative di contrasto al cambiamento climatico. Il fondo, con una dotazione iniziale di dieci miliardi di dollari, si propone, subordinatamente ai propri interessi, di accelerare la transizione ecologica e di perseguire gli obiettivi delineati dall’United Nations Sustainable Development Goals.
