Cosa succede quando una nazione che aspira a diventare il leader tecnologico globale inizia a espandersi sui mercati occidentali? La Cina, che nel lontano XV secolo aveva già tentato di estendere la sua sfera di influenza con le spedizioni dell’esploratore Zheng He, oggi lancia un nuovo tipo di conquista: una “flotta” di startup di intelligenza artificiale (AI) che mira all’Occidente. Ma il viaggio non è certamente privo di ostacoli. Un esempio fra tutti? Le nuove barriere introdotte dagli Stati Uniti per limitare i flussi di capitale a favore della nuova tecnologia cinese. Ma rappresentano fattori determinanti anche aspetti di regolamentazione e differenze culturali, oltre che di business. La sfida, quindi, non è solo economica ma anche strategica, con una posta in gioco che va ben oltre la semplice espansione di mercato.
La doppia faccia della crescita
La Cina è diventata rapidamente un vero e proprio polo innovativo per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, contando 751 aziende attive nel 2024, quasi metà del totale mondiale di 1.500. Il colosso orientale vanta anche il più alto numero di utenti internet al mondo e un vasto bacino di sviluppatori tech, per cui nessuno intende perdere terreno nella corsa all’intelligenza artificiale. Con l’ingresso di un numero sempre maggiore di aziende in questo settore, la tecnologia AI si è evoluta rapidamente, ma la crescita delle applicazioni e degli utilizzi concreti non ha tenuto lo stesso ritmo. Sia i grandi attori industriali che le startup si trovano ora a fronteggiare stagnazione nella crescita e pressioni sui profitti. Questo ha portato colossi come Huawei, Tencent e Alibaba a cercare nuove opportunità (insieme a un altro centinaio di aziende). La loro attenzione si è rivolta inizialmente ai mercati emergenti di Sud-Est asiatico e Medio Oriente, aree strategiche collegate alla Belt and Road Initiative e alla Digital Silk Road.
Tra gli esempi più rilevanti, Tencent Cloud ha stretto una partnership con Etihad Etisalat (Mobily) in Arabia Saudita nell’ambito dell’iniziativa “Go Saudi”, Huawei ha consolidato la sua posizione nel Nord Africa, mentre Alibaba ha investito nella costruzione di data center in Corea, Malesia e Messico. Tali scelte evidenziano una strategia pianificata di insediamento in aree economicamente e culturalmente più vicine alla Cina. In un contesto geopolitico sempre più teso, puntare a regioni dove si parla comunemente il cinese (come il Sud-Est asiatico), o mercati emergenti (come il Medio Oriente) e alleati storici (come l’Africa), appare certamente come una scelta saggia.
Prossima fermata: Occidente
Ma quindi per quale ragione la Cina vuole così tanto espandersi in Occidente? La risposta, come vedremo, coinvolge una vasta gamma di motivazioni che spaziano dagli aspetti economici a quelli geopolitici.
La forte competizione all’interno del mercato cinese ha portato, solo nel 2024, alla creazione di 238 nuovi modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM), alimentando una “guerra dei prezzi” che rende difficile immaginare di poter mantenere margini di profitto sostenibili. A questo si aggiunge l’intervento del governo cinese, che oltre a offrire incentivi, sta imponendo nuove regole al settore. Tra marzo e settembre 2024, sono state varate normative su temi come la privacy dei dati, la trasparenza degli algoritmi e l’etichettatura dei contenuti. Queste regolamentazioni, pur necessarie per lo sviluppo del settore, comportano un incremento notevole dei costi di compliance per le aziende. Oltretutto, si riscontra un rallentamento evidente nei finanziamenti, scesi a 4,4 miliardi di dollari nel 2024 rispetto ai 24,9 miliardi del 2021. Si tratta di un calo notevole che mette forte pressione sulle aziende per cercare ricavi a livello internazionale.

Con un mercato statunitense caratterizzato da un elevato potere d’acquisto e una diffusa propensione ai modelli a pagamento, le prospettive di crescita appaiono solide sulla carta. Se a ciò si aggiunge la straordinaria, e in parte già dimostrata, capacità delle aziende cinesi di espandersi rapidamente anche a livello internazionale, le possibilità di successo diventano sempre più concrete. Prendiamo MiniMax, che prevede vendite di 70 milioni di dollari negli Stati Uniti per il 2024 grazie alla popolarità di Talkie, in netto contrasto con le difficoltà incontrate dalla versione cinese dell’app, Xingye, a ottenere risultati simili. Analogamente, ByteDance, conosciuta come la “App Factory” per la sua capacità di sfornare applicazioni di successo, ha lanciato undici nuove app fuori dalla Cina in soli sette mesi, segnando una crescita impressionante.
Quindi è davvero così semplice? Non esattamente. Resta da comprendere come possano le startup cinesi fare breccia in questi mercati tanto diversi da quello domestico. La chiave per scegliere la migliore strategia dipende dalla localizzazione del mercato.
Se nei mercati emergenti, come il Sud-Est asiatico, le aziende si trovano ad affrontare sfide legate all’ottimizzazione dei prodotti per infrastrutture di rete limitate, nei mercati occidentali devono confrontarsi con regole (scritte e non) estremamente rigorose. Alcune normative come il GDPR e il futuro AI Act dell’UE impongono standard elevatissimi di trasparenza e sicurezza, rendendo l’integrazione della “privacy by design” un requisito imprescindibile per operare. Ma adeguarsi ai regolamenti non basta: ottenere certificazioni autorevoli di qualità è fondamentale per conquistare la fiducia dei consumatori stessi. Si tratta di una sfida complessa, ma indispensabile per avere successo.
Un orizzonte fatto di sfide, tra pressioni interne e barriere occidentali
Ma i limiti all’espansione cinese si manifestano spesso anche sottoforma di forze repulsive dagli stessi mercati target. Nel 2024, l’amministrazione Biden ha imposto limiti agli investimenti USA in aziende cinesi del settore tecnologico ritenute potenzialmente pericolose per la sicurezza nazionale. Questa misura riguarda gli operatori in settori strategici come l’intelligenza artificiale, il calcolo quantistico e la microcompontentistica, imponendo agli investitori statunitensi di dichiarare specifiche transazioni verso la Cina, che saranno soggette a restrizioni. Si tratta di una mossa per bloccare la penetrazione tecnologica cinese? Sicuramente è una chiara espressione della (ovvia) volontà di ostacolarla.
Di fronte a questi ostacoli, le startup cinesi si trovano a un bivio: continuare a sfidare le limitazioni regolamentari e geopolitiche per espandersi in Occidente, o trovare vie alternative di crescita. Le aziende cinesi puntano su una strategia di fitting mirata: cambiano i nomi dei loro prodotti e li personalizzano per ogni mercato estero, con l’obiettivo di evitare ritorsioni politiche e integrarsi meglio nel contesto locale. Questo approccio, attento e mirato, permette loro di ridurre al minimo le barriere d’ingresso e aumentare la propria accettazione nei mercati internazionali.
La questione, quindi, è se le startup cinesi di AI riusciranno a sfruttare queste sfide come opportunità. Proprio come le flotte di Zheng He, queste aziende stanno intraprendendo un viaggio verso territori sconosciuti. Riusciranno a ridefinire gli equilibri tecnologici globali o saranno frenate prima di raggiungere il loro obiettivo?
