Di Gabriele Tripuzzi e Alessio Dragoni
Donald Trump torna alla Casa Bianca e con lui una (possibile) ondata di protezionismo che minaccia di riscrivere le regole del commercio globale. L’obiettivo? Proteggere l’industria americana con tariffe sulle importazioni. E il rischio invece? Una guerra commerciale dagli effetti imprevedibili. Appena insediato, Trump ha rilanciato il tema dei dazi doganali, con annunci che ricordano più la campagna elettorale che proposte di legge concrete. Tra queste, il presidente ha promesso l’introduzione di una tariffa del 25% su tutti i beni di importazione dal Messico e dal Canada, finché non verranno risolte la crisi dovuta all’ormai incontrollata circolazione di droghe (fentanyl in particolare) e l’emergenza legata all’immigrazione illegale. A seguito però di un lungo colloquio con i capi di stato dei relativi paesi, l’introduzione di tale tariffa è stata rimandata al 4 marzo. In questo scenario ipotetico, è prevista anche l’introduzione di una tariffa dello stesso importo sui veicoli importati. Tuttavia, il presidente ha precisato che i dettagli definitivi e l’eventuale applicazione della misura saranno resi noti entro il 2 aprile. Intanto, in una recente comunicazione del 14 febbraio, è emersa la proposta di un sistema tariffario “reciproco” da applicare a tutti i Paesi, con l’obiettivo di ridurre il deficit della bilancia commerciale degli Stati Uniti. Il sistema è semplice: alzare le tariffe sui Paesi che applicano dazi considerati svantaggiosi per Washington. Una logica che riprende il primitivo principio del ‘occhio per occhio, dente per dente’. Ma la vera novità, e forse la più sorprendente, arriva dall’ultima mossa di Trump: la minaccia di introdurre una tariffa del 25% sui prodotti europei, comprese le auto importate.

Tra i settori più esposti al nuovo sistema di dazi e tariffe c’è l’automotive, un’industria che ha costruito la sua forza su catene di fornitura integrate a livello globale. Il 2025 si prospetta come un anno cruciale: le vendite globali cresceranno del 2,7%, ma il settore affronta sfide complesse. Inflazione, debito dei consumatori e una transizione tecnologica che impone investimenti ingenti. L’elettrificazione e la digitalizzazione stanno rivoluzionando il mercato: veicoli elettrici (EV) e software-defined vehicles (SDV) sono sempre più centrali. L’Europa accelera la transizione con normative ambientali stringenti, mentre la Cina si rafforza grazie a partnership strategiche con marchi occidentali come Volkswagen-Xpeng e Stellantis-Leapmotor. Lato tecnologia, il concetto di software sta trasformando le auto in ecosistemi digitali con aggiornamenti over-the-air e intelligenza artificiale sempre più avanzata.
Ma cosa accade quando una rivoluzione industriale si scontra con l’impatto dei dazi? Le tariffe proposte da Trump, che raggiungono il 25% su acciaio e alluminio, hanno già scatenato un’impennata nei costi delle materie prime, con l’acciaio laminato a caldo schizzato del 50%. Un aumento che si ripercuote direttamente sul prezzo dei veicoli, con rincari che toccano i 7.000 dollari per i modelli importati. La supply chain globale, finora ottimizzata per contenere i costi, è ora costretta a fare i conti con una pressione senza precedenti. E il paradosso è lampante: persino i produttori statunitensi rischiano di non trarre vantaggio dalla situazione. Mentre i costi interni salgono, i concorrenti stranieri continuano a mantenere prezzi competitivi, lasciando l’industria americana in una posizione sempre più delicata.
Guardando al resto del mondo, non tutti sarebbero colpiti allo stesso modo. Una simulazione sui flussi commerciali del 2023 prevede un crollo della produzione automobilistica in Canada (- 71%) e Messico (-57%), con un primo e significativo impatto sulle case automobilistiche americane, che per decenni hanno prodotto veicoli o componenti in questi paesi. Basti pensare che solo il 54% dei veicoli venduti negli Stati Uniti è prodotto in loco, mentre oltre il 20% proviene proprio da Canada e Messico.

Al riguardo, l’amministratore delegato di Ford Motor Company, Jim Farley, ha dichiarato che la compagnia è in grado di gestire poche settimane di tariffe, mentre un periodo prolungato potrebbe avere gravi conseguenze su tutto il settore, bruciando miliardi in profitti, rallentando la crescita economica e peggiorando le condizioni del mercato del lavoro domestico. Anche in Europa le conseguenze sarebbero significative: Svezia (-7%) e Italia (-4%) vedrebbero ridotte le loro esportazioni verso gli USA. Tra le case automobilistiche più penalizzate ci sarebbero Volkswagen (-152.000 veicoli) e Stellantis (-90.000 veicoli), entrambe fortemente dipendenti dagli stabilimenti messicani e canadesi. Chrysler, che produce tutti i suoi modelli USA in Canada, potrebbe perdere il 50% delle vendite. Al contrario, General Motors (+42.000 veicoli), Tesla (+81.000), Hyundai e Toyota sarebbero tra i beneficiari, grazie a una produzione più localizzata.
L’industria europea rischia grosso. Nel 2023, le esportazioni di veicoli e componenti verso gli USA valevano 56 miliardi di euro, il 20% dell’export automobilistico dell’UE. Se Washington introducesse dazi del 25% sulle importazioni europee, la competitività dei produttori del Vecchio Continente ne uscirebbe gravemente compromessa. Le auto tedesche e italiane potrebbero perdere tra il 6,6% e il 7,1% delle vendite statunitensi, con impatti minori per Spagna e Francia. La situazione è ulteriormente aggravata dalla minaccia di dazi al 25% per i beni europei: “I consumatori non saranno in grado di assorbire l’aumento dei prezzi e i volumi di vendita diminuiranno. Il settore è già in una posizione fragile e questa enorme incertezza ha già rallentato le transazioni, gli investimenti e l’allocazione di capitale” ha commentato un dirigente di un grande fornitore europeo di componenti automobilistiche.

Se gli Stati Uniti pensavano di dettare unilateralmente le regole del gioco, la poter risposta internazionale non si è fatta attendere. Canada, Messico e Unione Europea hanno imposto dazi ritorsivi, erodendo i potenziali benefici per l’industria americana. Di conseguenza, la crescita della produzione negli USA, inizialmente prevista al 26%, potrebbe ridursi al 19%, erodendo i vantaggi per l’industria americana. Inoltre, il costo della produzione negli Stati Uniti rimane elevato e senza incentivi governativi le case automobilistiche rischiano di scaricare i maggiori costi sui consumatori o ridurre gli investimenti.
L’imposizione dei dazi sull’industria automobilistica rischia di innescare una serie di effetti collaterali imprevisti, con ripercussioni che vanno ben oltre il settore automotive. Uno di questi è il possibile aumento dell’immigrazione illegale. Il danneggiamento dell’economia messicana, causato dai dazi statunitensi, potrebbe spingere più lavoratori a cercare opportunità oltre confine. Marcus Noland del Peterson Institute for International Economics evidenzia, inoltre, come la complessità delle supply chain aggravi il problema: “I componenti attraversano il confine sette- otto volte prima dell’assemblaggio finale, e i dazi vengono applicati a ogni passaggio, facendo lievitare rapidamente i costi.” Questo effetto domino non si limita all’automotive, ma potrebbe estendersi a materie prime, logistica e occupazione, minacciando l’intero tessuto economico globale. Il protezionismo di Trump, dunque, rischia di rivelarsi un’arma a doppio taglio. Se da un lato mira a proteggere l’industria nazionale, dall’altro i costi più elevati e le tensioni commerciali potrebbero frenare il settore anziché rilanciarlo. Il rallentamento dell’automotive avrebbe ripercussioni a cascata, mettendo a rischio posti di lavoro e competitività. In un mondo interconnesso, i dazi non sono solo una questione di tariffe, ma un fattore in grado di influenzare dinamiche economiche, sociali e politiche su scala globale.
Uno sguardo al futuro del settore
L’approccio protezionistico di Donald Trump, ancora in fase di definizione e attuazione, si configura come una svolta radicale rispetto alle politiche commerciali precedenti, con ripercussioni che potrebbero riplasmare gli equilibri economici globali. Il Tycoon, fedele al suo stile imprevedibile e alle sue mosse a effetto – si veda il recente passo indietro sugli epiteti rivolti a Zelensky dopo l’incontro con il premier britannico Starmer – non ha ancora chiarito del tutto la portata delle misure, ma il segnale è inequivocabile: l’America torna a chiudersi, e il protezionismo diventa la nuova bussola della Casa Bianca. Se da un lato l’obiettivo dichiarato è blindare l’industria nazionale, dall’altro l’aumento dei costi, le tensioni commerciali con Pechino e il rischio di contromosse da parte dei partner internazionali pongono interrogativi pesanti sulla sostenibilità della strategia. Il settore automobilistico, già alle prese con la doppia transizione verso elettrico e digitalizzazione, rischia di subire contraccolpi significativi: i dazi proposti da Trump potrebbero stravolgere le supply chain globali, mettendo sotto pressione i produttori sia americani che esteri. L’incertezza regna sovrana e il 2025 si preannuncia come un banco di prova decisivo: sarà l’anno in cui si misureranno gli effetti concreti di questa nuova dottrina tariffaria e si delineerà il futuro dell’automotive su scala globale.
