Di Riccardo Colombo e Camilla Sarti Bruno Sant’Anna
Questo articolo è stato scritto in collaborazione con European Generation.
“Too quick, too fast to stick to last”: è ciò che molti di noi hanno probabilmente pensato delle politiche di Trump fin dall’iniziodella sua presidenza. Non è infatti ancora possibile stabilire se i cambiamenti in atto nell’equilibrio globale – dovuti al ritiro degli Stati Uniti da accordi internazionali e all’urlo “MAGA” – diventeranno la “nuova normalità” o spalancheranno le porte a un ordine internazionale completamente diverso.
L’incertezza attuale somiglia a un terremoto che la maggior parte delle persone vive al massimo una volta nella vita: le placchetettoniche si muovono con decisione nel profondo, ma nessuno sa dove sarà l’epicentro, quale intensità avrà né quante scosse seguiranno. Gli analisti, in generale, concordano sul fatto che sia troppo presto per capire gli effetti della disruption in corso sul commercio e sulle organizzazioni internazionali; alcuni impatti, tuttavia, sono già visibili. È ormai evidente che dipendenze strategiche maturate in decenni e partnership economiche sostanzialmente fragili non possono più essere ignorate. In un panorama tanto caotico, ogni Paese è costretto a ripensare il proprio modello di crescita e la sostenibilità del suo sistema di welfare, ma peralcuni l’urgenza è maggiore: è il caso dell’Unione europea. Per ottant’anni gli Stati membri dell’UE hanno beneficiato – sebbenenon gratis – della copertura statunitense in materia di commercio internazionale, azione diplomatica, difesa militare, servizi finanziari, tecnologia e molto altro. Dunque, anche se è difficile prevedere dove si assesterà il prossimo equilibrio, data l’imprevedibilità delle mosse del Presidente americano, è fondamentale che l’UE si rafforzi elaborando un piano di crescita piùautonomo. Affidarsi a ragionamenti ideologici, come è accaduto fin troppe volte nei corridoi di Bruxelles negli ultimi cinque anni, non è la risposta. La quantità e la gravità delle sfide attuali lasciano poco spazio all’immaginazione: servono esecuzione e soluzionipratiche. È vero che molte risposte ai vuoti lasciati dagli Stati Uniti sono interconnesse, ma non andrebbero poste sullo stesso piano, rischiando inefficienze: dovrebbero invece emergere come strategie collettive che riconoscano diverse priorità, dall’urgenza della difesa militare alla sicurezza energetica e al commercio.
Finché le “scosse” nell’ordine mondiale non accennano a fermarsi, gli Stati membri lavorano sodo per reagire e coordinare i propri piani, cercando nel Consiglio europeo fronti comuni un tempo distanti. Malgrado i possibili forti shock all’orizzonte, l’UE potrebbe conquistare stabilità se agirà con urgenza e in modo strategico – se saprà diventare il proprio rifugio.
Riarmarsi: agire insieme o frammentarsi sul campo
Tra i dilemmi emersi nell’era di Trump 2.0 figura la politica estera degli Stati Uniti e le sue ricadute sulla posizione globaledell’Europa – in particolare rispetto alla minaccia russa nel contesto della guerra russo‑ucraina. Pur nel dibattito sulla “Trump doctrine”, che combina isolazionismo e spinta agli obiettivi d’oltreoceano, l’ordine mondiale è indubbiamente mutato. Chi non si muove in fretta rischia di restare indietro.
Fortunatamente, l’UE sembra essersi svegliata. Il 19 marzo la Commissione europea e l’Alto Rappresentante hanno presentato il“White Paper for European Defence – Readiness 2030”, che definisce i piani per rafforzare il settore difesa nell’ambito di ReArmEurope. Il ReArm Europe Plan prevede oltre 800 miliardi di euro di spesa ripartiti su tre pilastri: 150 miliardi in prestiti UE tramite un nuovo strumento dedicato (SAFE – Security Action for Europe) garantito dal bilancio dell’Unione, fino a 650 miliardi di spazio fiscale aggiuntivo per aumentare la spesa nazionale in difesa e il coinvolgimento di capitali privati accelerando la Savings and Investment Union (SIU).
Permangono però esitazioni e disaccordi sulle modalità di finanziamento, viste le implicazioni per il futuro economico dell’UE.Un simile aumento di spesa appare politicamente arduo, considerato l’elevato debito di molti governi europei: l’Italia, per esempio, dovrebbe incrementare la spesa di 34,7 miliardi di dollari l’anno, con un debito pari al 136 % del PIL. Ne deriverebbe un divario: gli Stati membri con maggior margine fiscale potrebbero spendere più degli altri. Le sfide toccano anche il settore privato, che potrebbe non garantire i contributi attesi a causa dei vincoli reputazionali imposti dal quadro UE sulla finanza sostenibile.
Così, alcuni Paesi esplorano strade divergenti: la Germania ha varato un piano autonomo che prevede 500 miliardi di euro in diecianni. Il rischio non è solo quello di non potenziare le capacità difensive, ma di alimentare la disintegrazione europea proprio quando l’unità appare vitale quanto la potenza militare. L’Europa può essersi svegliata, ma ora deve interiorizzare che resterà forte all’esterno solo se resterà forte al suo interno. Essere rapidi è indispensabile; non è il momento di agire in solitaria.
Scegliere la tempesta minore sulla sicurezza energetica
Oltre al riarmo, la sicurezza energetica e la politica climatica figurano in cima alle priorità UE. Con la riduzione delle importazioni di gas russo dopo la guerra in Ucraina, l’Unione ha fatto maggiore affidamento sul GNL statunitense; alla
fine del 2023, gli USA erano il suo principale fornitore. Ciò ha messo in luce la vulnerabilità europea verso Washington e la sua politica interna, e con l’amministrazione Trump sono arrivati nuovi ostacoli.
Già prima dell’insediamento di Trump, l’ascesa degli Stati Uniti a esportatore di GNL lasciava intravedere la possibilità che la loroposizione di fornitore divenisse un mezzo di pressione sull’Europa, e infatti non ci sono state grandi sorprese. Di fronte alla recente guerra commerciale guidata dal presidente americano, con dazi del 20 % su quasi tutte le esportazioni UE, Bruxelles ha propostouno schema tariffario “zero‑for‑zero”. Trump, però, si è dichiarato insoddisfatto, affermando che le trattative sarebbero possibilisolo se l’UE si fosse impegnata ad aiutare gli USA a ridurre il disavanzo commerciale con l’Europa.
Per il leader repubblicano, sospendere la guerra dei dazi vorrebbe dire acquistare più energia americana: in concreto, un impegno UE a comprare 350 miliardi di dollari di energia statunitense. L’UE deve quindi scegliere: affrontare le conseguenze dei dazi astronomici di Trump o accrescere la propria dipendenza dagli USA.
Il dilemma si fa più intricato alla luce del sospetto che una parte degli incentivi americani miri a indebolire il Green Deal europeo: imponendo sul mercato globale i tradizionali prodotti a base fossile, gli Stati Uniti cercherebbero di frenare gli obiettivi di sicurezza energetica e la diversificazione dei fornitori perseguiti dall’Europa.
Di conseguenza, ripensare la sicurezza energetica europea diventa prioritario. La difficoltà sta nel trovare una risposta rapida coordinando però un nuovo approccio di sistema all’approvvigionamento. L’Italia, ad esempio, ha varato un pacchetto da 25miliardi di euro (finanziato anche dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) a sostegno delle imprese e nelle trattative con gliUSA ha proposto d’incrementare le importazioni europee di GNL e di allentare le politiche del Green Deal.
Dal lato UE, tuttavia, è chiaro che abbandonare il Green Deal non è un’opzione. Ciò non esclude un interesse per il GNL americano,ma preannuncia difficoltà nei negoziati. Ancora una volta, l’Europa deve decidere quale tempesta affrontare.
Dazi piatti al 20%, dolore diseguale
Gli Stati membri devono anche fare i conti con le turbolenze del commercio globale, cercando una strategia coesa in risposta alle politiche protezionistiche di Trump 2.0. Il dazio uniforme del 20 % sui prodotti UE annunciato dal presidente il 2 aprile è tutt’altro che uniforme nei suoi effetti reali. Come riporta il Financial Times, questa misura “one‑size‑fits‑all” sta ampliando le faglie esistenti tra le economie europee, a seconda del loro focus industriale e dei legami politici con la Casa Bianca.
L’Irlanda, per esempio, eviterà gli effetti peggiori grazie all’esenzione temporanea per le esportazioni farmaceutiche: l’aliquota effettiva scenderà sotto il 5 %. Di contro, l’economia slovacca, centrata su auto e componentistica, deve prepararsi a un onere combinato che supererà il 20 %, avvicinandosi al 25 % reale.
Ancora una volta l’unità è imprescindibile: l’UE deve rispondere in blocco, o rischia di minare le basi comuni che la definiscono come potenza commerciale. In tal senso, la Commissione, dopo le prime contromisure ai dazi del 25 % su acciaio e alluminio europei, ha proposto una tariffa di ritorsione del 25 %, da attuare in tre fasi: 15 aprile, 15 maggio e 1 dicembre.
Il piano ha ricevuto il sostegno del ministro dell’Economia francese, Eric Lombard, secondo cui una reazione UE rapida e unitariadovrebbe permettere di “[…] get to the negotiating table on an equal footing, so that both sides of these duties can be lowered and all our economic sectors protected.” Al contrario, la premier italiana Giorgia Meloni ha criticato la strategia del “colpo su colpo”, temendo rischi inflazionistici e invitando la Commissione a negoziare per evitare una guerra commerciale.
Intanto, il cancelliere tedesco in pectore, Friedrich Merz, mantiene una posizione neutra, puntando alla rimozione completa di tuttii dazi tra UE e USA; un obiettivo ambizioso che, se raggiunto, potrebbe placare le tensioni attuali. Non va però dimenticato che la stessa Germania, violando i propri tetti di spesa, sta sostenendo una nuova stagione di investimenti militari per stimolare la crescita interna.
Il dato di fondo è chiaro: il peso delle decisioni sul futuro equilibrio economico europeo non potrebbe essere più alto. Eppure i governi nazionali sembrano scegliere direzioni molto diverse: chi punta sulla crescita interna, chi predica cautela, chi spinge per contromisure rapide per forzare i negoziati.
Perché il prossimo shock potrebbe forgiare un’Unione più forte
Viviamo un’epoca in cui la storia si scrive a un ritmo inedito. Negli ultimi cinque anni abbiamo affrontato una pandemia imprevedibile, l’eco di un ritorno della guerra mondiale, l’aggravarsi della crisi climatica e il deterioramento dell’alleanza USA‑UE. Sono fatti difficili da accettare, ma meglio riconoscerli e affrontarli che nasconderli sotto al tappeto.
In questo stesso periodo l’Europa ha agito con coesione: ha combattuto il COVID, guidato la ripresa economica, sostenuto l’Ucraina, trovato nuove fonti energetiche, approvato il Green Deal e ridotto l’impatto di carbonio. Non c’è ragione di dubitare che l’UE supererà anche le sfide poste dall’amministrazione Trump. Pur di scala diversa e richiedendo una unità più salda, questedifficoltà ricordano quelle già superate e potrebbero persino inaugurare una fase di maggiore stabilità.
Le grandi avanzate dell’integrazione europea sono sempre scaturite da shock geopolitici: la fine della Seconda guerra mondiale, la conclusione della Guerra fredda. Momenti decisivi che minacciavano la sicurezza interna e lo status quo d’Europa ma che, nellungo termine, hanno prodotto cambiamenti positivi. Ora, con la “rinascita” di Trump, assistiamo al possibile tramonto dell’alleanza transatlantica, una minaccia esterna alla pace e alla prosperità europee. Eppure non c’è nulla da temere: l’Europa ha risposto con forza e inventiva alle ultime due grandi sfide e può farlo di nuovo.
Malgrado le diverse idee su come affrontare i tumulti presenti e futuri, nessuno mette in discussione se si debba agire insieme: è ormai evidente che l’unità fa la forza.
Gridando “Make America Great Again”, Trump potrebbe involontariamente riuscire in ciò che gli europei tentano da decenni: “Make Europe Great Again”.
