Scacco al Monte dei Paschi: il risiko bancario ridisegna gli assetti della finanza italiana

La banca più antica del mondo si avvia all’epilogo della sua storia pluricentenaria. Fondata a Siena nel 1472 e recentemente segnata dal salvataggio pubblico del 2017, Banca Monte dei Paschi di Siena (MPS) si trova attualmente al centro di una vicenda che potrebbe ridefinire i suoi assetti proprietari e, di riflesso, gli equilibri dell’intero sistema finanziario italiano. Dopo circa un anno dalla conquista di Mediobanca, che ha segnato il definitivo rilancio del Monte sotto la guida dell’amministratore delegato Luigi Lovaglio, MPS è diventata il bersaglio di un’offerta pubblica di acquisto e scambio (OPAS) promossa da Intesa Sanpaolo, da anni in lizza con il rivale UniCreditper il titolo di principale gruppo bancario italiano. L’offensiva di Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa, si colloca infatti come una mossa strategica che inaugura una nuova stagione nel panorama finanziario italiano.

L’OPAS di Intesa e il progressivo isolamento di Lovaglio

L’OPAS annunciata l’8 giugno 2026 da Intesa Sanpaolo sulla totalità delle azioni Monte dei Paschi prevedeva un corrispettivo misto, composto da 1,6 azioni di nuova emissione e un euro in contanti per ciascuna azione MPS per una valorizzazione complessiva di 30,6 miliardi di euro. A seguito della controffensiva orchestrata da Lovaglio, imperniata sulle prospettate offerte pubbliche di scambio su Banco BPM e Banca Generali e finalizzata a contrastare la scalata di Intesa, il 3 ottobre Messina ha annunciato un rilancio dell’offerta che ha aumentato la componente in contanti di 0,25 euro per azione, incorporando così un premio del 15,3% rispetto al prezzo MPS precedente all’annuncio dell’operazione. Il 12 ottobre il consiglio di amministrazione di Monte dei Paschi si è riunito in seduta straordinaria per esaminare il rilancio di Intesa, che potrebbe rappresentare una delle ultime battute di una contesa ormai prossima all’epilogo. I principali soci del Monte hanno infatti reagito positivamente al rilancio di Ca’ de Sass: Delfin, primo azionista di MPS con il 17,6% del capitale, ha assunto un impegno di adesione all’offerta con il parere positivo del suo advisor Lazard (Corriere della Sera). A fianco della holding della famiglia Del Vecchio si sono schierati il gruppo Caltagirone, la famiglia Benetton e il fondo Praude, contrari alle misure difensive prospettate dal management senese. Negli ultimi giorni è venuto dunque a delinearsi un fronte che rappresenta circa il terzo del capitale sociale e che, tenuto conto delle elevate maggioranze richieste, potrebbe verosimilmente ostacolare l’approvazione delle deliberazioni necessarie all’attuazione del piano di Lovaglio, tutte all’ordine del giorno nell’assemblea di MPS programmata per il 29 ottobre.

La controffensiva di Siena è stata costruita attorno a una strategia di consolidamento alternativa: il 21 agosto MPS aveva annunciato due offerte pubbliche di scambio contestuali su Banco BPM e Banca Generali, per un controvalore complessivo di circa 34 miliardi di euro. Il progetto avrebbe dato vita a un gruppo bancario di rilevanza europea, integrando la rete commerciale di Banco BPM, le competenze di corporate e investment banking di Mediobanca e la piattaforma di wealth management di Banca Generali. Per ottenere il consenso degli azionisti, Lovaglio aveva inoltre prospettato una distribuzione straordinaria di circa quattro miliardi di euro agli azionisti MPS, di cuiuno in contanti e tre mediante assegnazione di azioni Generali (ANSA). L’obiettivo era trasferireagli attuali azionisti di MPS il valore generato dal rilancio dell’istituto negli ultimi anni, aumentando l’attrattività della controffensiva per contrastare l’incombente minaccia del colosso bancario guidato da Messina. La strategia del management senese, già di per sé fragile di fronte all’OPAS e al rilancio di Intesa, rischia però di scontrarsi con i limiti giuridici imposti dalla c.d. passivity rule, disciplinata nella legislazione italiana dall’articolo 104 del Testo Unico della Finanza (TUF), che impone agli amministratori della società bersaglio di ottenere l’autorizzazione assembleare per il compimento di atti e operazioni potenzialmente idonei a contrastare gli obiettivi di un’offerta pubblica. In merito, già ad agosto Intesa aveva presentato un esposto alla Consob, contestando la decisione di convocare l’assemblea degli azionisti del Monte dei Paschi oltre due mesi dopo la presentazione delle offerte su Banco BPM e Banca Generali. A indebolire ulteriormente la posizione di Lovaglio sono intervenute anche le raccomandazioni dei proxy advisor ISS e Glass Lewis, che hanno invitato gli azionisti a respingere il progetto dell’AD.

Le principali misure difensive saranno pertanto sottoposte al voto dell’assemblea di MPS del 29 ottobre, chiamata a pronunciarsi in sede straordinaria sulle due OPS e sulle operazioni societarie funzionali alla distribuzione straordinaria: Intesa ha inoltre annunciato che l’approvazione anche di una sola delle delibere relative alle due OPS e alla riduzione volontaria del capitale renderebbe la sua offerta definitivamente inefficace. Mentre la scelta degli azionisti assume quindi i contorni di un confronto tra due progetti industriali alternativi, gli spazi per il piano di Lovaglio sembrano restringersi sempre di più.

Unipol e BPER: il nuovo polo bancario che emerge dall’assedio

L’operazione proposta da Intesa Sanpaolo presenta varie criticità dal punto di vista concorrenziale, potenzialmente configurando un’eccessiva concentrazione del settore bancario a seguito del fallimentare progetto di creare un terzo polo – l’ipotesi di fusione alla pari con Banco BPM era già svanita ad agosto – in grado di competere con i colossi UniCredit e Intesa. Anche alla luce di tali perplessità, la strategia dell’offerente non prevede l’integrazione tout court del Monte dei Paschi:Messina ha infatti raggiunto un accordo con Unipol per la cessione del marchio MPS e di circa 635 filiali a fronte di un corrispettivo stimato tra 3 e 3,5 miliardi di euro. Al contempo, Intesa conserverebbe le attività di wealth management e investment banking di Mediobanca – conquistata da Siena con un’OPAS nel 2025 – oltre a circa 625 sportelli del Monte dei Paschi. L’operazione consentirebbe così a Intesa di concentrarsi sulle attività a maggiore valore aggiunto, offrendo contemporaneamente a Unipol l’occasione per consolidare la propria presenza nel settore bancario.Il gruppo assicurativo bolognese mira, infatti, a integrare le attività acquisite con BPER, di cui è già il principale azionista, dando vita a un polo con oltre 2.600 sportelli, destinato a operare sotto il marchio Monte dei Paschi. Non sorprende quindi che il 9 ottobre scorso Unipol abbia ottenuto le autorizzazioni di BCE e Banca d’Italia per acquisire il controllo di fatto di BPER (Teleborsa).Pertanto, l’eventuale successo dell’OPAS potrebbe non solo condurre a un rafforzamento di Intesa, bensì alla nascita di un nuovo grande polo bancario-assicurativo nell’orbita di Unipol.

Mediobanca e Generali: il vero nodo strategico

Tutto ciò premesso, è bene sottolineare che la rilevanza strategica dell’offerta di Intesa non riguardatanto l’interesse agli sportelli di MPS, quanto Mediobanca e, di riflesso, una posizione di primo piano nell’azionariato di Assicurazioni Generali, la perla contesa della finanza italiana che gestisce complessivamente un patrimonio di oltre 900 miliardi di euro. Mediobanca detiene infatti il 13,35% del capitale del Leone di Trieste, una partecipazione storicamente centrale negli equilibri di governance della compagnia. Se Intesa portasse a termine l’acquisizione di MPS entrerebbe quindi in possesso di tale quota, che, sommata al 3,13% già detenuto direttamente, porterebbe la partecipazione riconducibile al gruppo al 16,48% del capitale. Si tratta di una prospettiva particolarmente significativa, considerato il peso di Generali nel settore assicurativo e del risparmio gestito, nonché la presenza, nel suo azionariato, di altri protagonisti del risiko, tra cui Delfin, Caltagirone e UniCredit.

Intesa ha tuttavia precisato la sua intenzione di non interferire nella governance: la quota direttamente detenuta avrebbe dunque – almeno per ora – carattere finanziario e temporaneo, come chiarito nella comunicazione ex articolo 102 TUF dell’8 giugno 2026. Sebbene resti quindi incerta la configurazione azionaria definitiva, l’ingresso di Intesa tra i maggiori azionisti di Generali potrebbe alterare sensibilmente gli equilibri di potere della finanza italiana, specialmente in un mercato in cui banche e compagnie assicurative competono sempre più attivamente nella gestione del risparmio.

Banca Generali, Banco BPM e gli interessi di Parigi

La partita, però, non si gioca soltanto a Trieste. Le due OPS annunciate da Lovaglio ad agosto hanno infatti riportato al centro del risiko altri due soggetti strategici, ossia Banca Generali e Banco BPM. La prima, partecipata per oltre il 50% da Assicurazioni Generali, rappresenta una delle principali piattaforme italiane di consulenza finanziaria e wealth management. Sul fronte Banco BPM, invece, il protagonista è Crédit Agricole, che nel luglio scorso ha portato la propria partecipazione al 29,3%, consolidando il ruolo di primo azionista dell’istituto milanese e manifestando la propria contrarietà all’OPS promossa da MPS. L’interesse francese si estende però ben oltre la partecipazione bancaria, anche a causa del legame tra Banco BPM e la controllata Anima Holding, società di gestione del risparmio di piazza Meda. Si tratta infatti di una realtà che potrebbe offrire importanti complementarità industriali con Amundi, il colosso europeo dell’asset management controllato proprio dalla Banque Verte. È proprio in questo contesto che si inseriscono le indiscrezioni su un possibile riavvicinamento tra Crédit Agricole e UniCredit: pare che i due gruppi abbiano valutato un’operazione congiunta su Banco BPM, eventualmente accompagnata da una suddivisione delle attività (Il Sole 24 Ore). Altre ricostruzioni hanno invece prospettato una fusione tra Banco BPM e Crédit Agricole Italia, così da integrare le attività italiane del gruppo francese con il Banco (Adnkronos). Si tratta in ogni caso di scenari ancora privi di conferme ufficiali, ma accomunati da interessi industriali evidenti. Mentre Crédit Agricole mira, infatti, al rafforzamento della presenza italiana e del risparmio gestito, UniCredit vaglia nuove opportunità di consolidamento dopo il ritiro dell’offerta su Banco BPM nel 2025. Sullo sfondo rimane inoltre il futuro della partnership commerciale tra UniCredit e Amundi, principale player europeo nella gestione del risparmio e parte del gruppo bancario francese. L’idea di un rinnovo dell’accordo, peraltro ormai prossimo alla scadenza, tende a sfumare sempre di più, complice anche il recente sviluppo di onemarkets Fund, la piattaforma proprietaria di fondi di investimento che consentirà a UniCredit di rafforzare la propria autonomia nel settore del risparmio gestito.

UniCredit e la possibile contromossa su Generali

Anche se ormai la stagione del risiko che ha visto coinvolte Intesa e Monte dei Paschi si avvicina a una conclusione, sarà forse la figura di Andrea Orcel, amministratore delegato di UniCredit, a poter incidere ulteriormente sugli equilibri futuri del settore. UniCredit – che, tra l’altro, il 15 ottobre ha ottenuto l’autorizzazione della BCE a superare la soglia del 30% in Commerzbank – detiene già una partecipazione del 9,05% nel capitale di Generali, ma da mesi si susseguono indiscrezioni circa unpossibile rafforzamento della propria posizione nell’azionariato del Leone. Orcel avrebbe infatti sondato la disponibilità di Delfin a cedere la propria quota di oltre il 10% in Generali: se tale operazione dovesse concludersi, il gruppo guidato da Orcel potrebbe giungere a sfiorare la sogliadel 20% del Leone, ridefinendo ulteriormente gli equilibri azionari dopo l’eventuale successo di Intesa (Sole 24 Ore). Per il momento, tuttavia, non esiste alcun accordo ufficiale in questo senso e Orcel mantiene aperte diverse opzioni strategiche, tra cui figurerebbe anche un possibile interesse per Banca Generali: un’operazione sulla banca guidata da Gian Maria Mossa consentirebbe a UniCredit di rafforzare direttamente la propria piattaforma di wealth management – al pari della mossa di Intesa con Mediobanca – mentre un incremento della quota in Generali avrebbe soprattutto implicazioni azionarie e di governance (ADVISOR). Si tratta di strategie differenti, potenzialmente complementari, che potrebbero consentire al gruppo di Piazza Gae Aulenti di rispondere all’espansione di Intesa senza intervenire direttamente nella vicenda MPS, ormai prossima al suo epilogo.

Il secondo tempo del risiko

Non resta altro che attendere. Intanto, però, con l’avvicinarsi dell’assemblea del 29 ottobre il destino del Monte dei Paschi pare sempre più segnato, mentre il futuro del risiko bancario resta ancora molto incerto. Dalla conquista di MPS alla creazione del nuovo polo bancassicurativoUnipol-BPER, dal destino della partecipazione di Mediobanca in Generali fino alle possibili mosse di UniCredit e Crédit Agricole: gli equilibri del sistema finanziario nazionale ed europeo sono attualmente tutt’altro che definiti. In più, sullo sfondo emerge un mercato sempre più concentratonel settore della bancassicurazione e del risparmio gestito, attività divenute centrali nelle strategie di crescita dei maggiori gruppi finanziari. Se il primo tempo del risiko sembra dunque avviarsi a una conclusione, il secondo potrebbe avere come protagonista proprio Assicurazioni Generali al centro di un intreccio di partecipazioni e interessi che coinvolge i principali protagonisti della finanza italiana.

Autore: Dario Gregorini

Bibliografia

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Art. 104, Testo Unico della Finanza. Decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58. https://www.consob.it/documents/1912911/1962639/dlgs58_1998.pdf/72a502a7-c9ed-a632-81b2-0434d82ae0aa.

Glass Lewis boccia le Ops di Mps, sì a fusione Mediobanca, ANSA, 14 ottobre 2026. https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/10/14/glass-lewis-boccia-le-ops-di-mps-si-a-fusione-mediobanca_8f316681-e5a7-4757-8c5b-432db73d1ba4.html.

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