Sanae Takaichi: la lady di ferro giapponese che non piace alla Cina

Oggi mi presento davanti a voi per assumermi il compito di tracciare la strada per il futuro del
Giappone
”. Con queste parole, ad ottobre 2025, dal palco del Palazzo della Dieta Nazionale di
Tokyo, si è introdotta dinanzi al popolo giapponese Sanae Takaichi, prima donna nella storia
eletta alla guida del Paese del Sol Levante. Leader del Partito Liberal Democratico giapponese
(Jimintō, di corrente storicamente conservatrice e legata alla figura dell’assassinato ex
presidente Shinzo Abe), Takaichi succede al dimissionario presidente Shigeru Ishiba, e si
candida a pieno titolo a passare alla storia come la lady di ferro dell’estremo oriente (un
paragone, quello con la britannica Margaret Thatcher, forse non del tutto accurato).
La neo-eletta presidente è chiamata a guidare l’arcipelago nipponico in un delicatissimo
momento della sua storia: il Paese è infatti attanagliato da un crollo demografico senza
precedenti nella storia moderna (con una popolazione destinata a crollare dagli attuali 120
milioni a meno di 100 nei prossimi decenni) ed un correlato significativo invecchiamento
della popolazione, una stagnazione economica di lungo periodo (da cui solo nel 2025, con
una fragile crescita del 1.1%, sembra possibile un’uscita), e una scomoda posizione
geopolitica, in equilibrio tra l’ingombrante gigante cinese e l’irrequieta America di Trump.

Politica economica:

Partendo dalla politica interna, in Giappone è già in uso il termine “Sanaenomics” (ispirato
alla celebre Abenomics del defunto ex-presidente), quale soprannome rappresentativo della
direzione intrapresa dalla nuova inquilina del Kantei in chiave di politica economica. L’ascesa
di Takaichi è stata anzitutto costellata da innumerevoli promesse di rilancio della spesa
pubblica (principale punto di distanza dal tatcherismo inglese) e di riduzione delle imposte,
all’insegna di una strategia di reflazione, ben nota nell’arcipelago giapponese, per ridare
impulso alla stagnante economia nazionale. “La priorità è la crescita, non il risparmio” è stato
uno degli slogan della neo-eletta prima ministro.
Tuttavia, come usuale nell’economia pubblica, ogni piano ha le sue ripercussioni: una
scommessa sulla spesa pubblica in un Paese caratterizzato da un rapporto debito/PIL
prossimo al 260% rischia di incrinare la cieca fiducia degli investitori nella solidità
dell’economia di Tokyo. Non a caso, il rialzo del rendimento dei bond decennali giapponesi,
che hanno recentemente superato il 2% (in netta crescita rispetto allo stabile 0% degli ultimi
anni), ben si presta ad una duplice interpretazione: potrebbe rappresentare un ritorno alla
normalizzazione monetaria dopo anni di tassi nulli o negativi, o segnare un potenziale
aumento del rischio percepito dagli investitori. Ad ogni modo, in entrambi gli scenari un
aumento dei tassi porterà ad una sensibile crescita della già altissima spesa nazionale per
interessi sul debito.
Come se non bastasse, un altro pilastro dell’economia giapponese, vale a dire la stabilità dei
prezzi al consumo, sembrerebbe vacillare: nel 2025, ad esempio, il riso, alimento base di ogni
pasto giapponese, ha duplicato il proprio prezzo a causa di restrizioni nelle catene di
approvvigionamento, minando la già allora debole tenuta dell’allora governo Ishiba.
Di conseguenza, se il rialzo dei tassi da un lato concede la tanto agognata libertà in termini di
politica monetaria (restituendo linfa per future espansioni volte a rilanciare l’economia),
dall’altro l’inflazione torna ad essere per il Giappone un tema rilevante (nel 2025 si è aggirata
in media attorno al 1.8%, a fronte di una crescita del PIL nazionale del 1.1%).

POLITICA ESTERA

Il pacifismo costituzionale tra norma giuridica e realtà strategica
La posizione internazionale del Giappone contemporaneo rimane profondamente segnata
dall’Articolo 9 della Costituzione del 1947, che sancisce la rinuncia alla guerra come
strumento di politica internazionale e nega formalmente il diritto di mantenere forze armate.
Tuttavia, il pacifismo costituzionale si è progressivamente trasformato in una struttura
interpretativa flessibile, attraverso la quale Tokyo ha cercato di adattarsi a un contesto
strategico regionale sempre più difficile. Negli ultimi decenni, una serie di reinterpretazioni
giuridiche — culminate nell’introduzione del concetto di legittima difesa collettiva — ha
consentito al Giappone di rafforzare capacità militari e cooperazione con gli alleati senza una
revisione formale della Carta costituzionale.
L’elezione di Sanae Takaichi ha riacceso il dibattito sulla revisione costituzionale, in
particolare sull’articolo 9. Takaichi è stata membro di Nippon Kaigi — la più grande
organizzazione ultraconservatrice e nazionalista giapponese, favorevole alla revisione della
Costituzione del dopoguerra e in particolare dell’articolo 9. Tuttavia, il processo di revisione
resta complesso per via delle elevate soglie parlamentari e del necessario referendum
popolare.

Taiwan come fulcro della sicurezza regionale giapponese
La crescente centralità di Taiwan nella strategia di sicurezza giapponese riflette non soltanto
la rivalità tra Cina e Stati Uniti, ma anche una valutazione più ampia delle vulnerabilità
geostrategiche del Giappone. L’isola si colloca lungo la cosiddetta “prima catena di isole”,
una linea geografica cruciale per il controllo delle rotte marittime e per l’equilibrio militare
nell’Indo-Pacifico. Un eventuale mutamento dello status quo nello Stretto di Taiwan potrebbe
alterare profondamente la capacità di deterrenza regionale e ridurre la profondità strategica
del Giappone, soprattutto nelle aree meridionali dell’arcipelago. Non sorprende quindi che
Tokyo abbia progressivamente integrato lo scenario taiwanese nella propria pianificazione
strategica. È notizia degli ultimi giorni che il Giappone installerà dei missili in un’isoletta vicino
a Taiwan entro il 2031, una mossa che probabilmente aumenterà la tensione con la Cina.
Inoltre, Takaichi ha detto che un attacco cinese a Taiwan potrebbe portare al dispiego delle
forze di autodifesa giapponesi, se il conflitto ponesse una minaccia esistenziale per il
Giappone.

Il rapporto con la Cina: interdipendenza economica e rivalità strategica
Il rapporto tra Giappone e Cina rimane caratterizzato da una profonda ambivalenza: da un
lato, una significativa interdipendenza economica; dall’altro, una crescente competizione
strategica. Le tensioni territoriali nel Mar Cinese Orientale, unite alla crescente assertività
militare di Pechino e alla questione taiwanese, hanno contribuito a ridefinire la percezione
della Cina all’interno dell’establishment giapponese, passando da partner economico
indispensabile a principale sfida strategica di lungo periodo. Questa evoluzione ha spinto
Tokyo a rafforzare le alleanze regionali, pur cercando di evitare una rottura completa con
Pechino che potrebbe compromettere gli equilibri economici.
La relazione economica tra Giappone e Cina è una delle più integrate al mondo, riflettendo un
forte grado di interdipendenza commerciale e produttiva. Nel 2024 circa 20,2% del
commercio totale giapponese (import + export) era con la Cina, con la Repubblica Popolare
indicata come il principale partner commerciale del Giappone, riflettendo l’integrazione delle
catene del valore nei settori dei semiconduttori, elettronica e componentistica di precisione.

Nel complesso, il commercio estero rappresenta una quota significativa dell’economia
giapponese (circa il 45% del PIL) e la Cina pesa in modo rilevante su questa dinamica,
rendendo Tokyo e Pechino fortemente interconnesse sul piano economico nonostante le
tensioni geopolitiche. Il rischio è che la questione taiwanese incida anche sui rapporti
economici: un primo esempio è stata la sospensione da parte della Cina di import di pesce
dal Giappone a seguito delle parole del primo ministro giapponese su Taiwan nel novembre
del 2025.
In sintesi, il Giappone si trova oggi in una fase strategica delicata: formalmente ancorato al
pacifismo costituzionale, ma sempre più inserito in una logica di deterrenza attiva nell’Indo-Pacifico. La gestione dell’equilibrio tra vincoli normativi, interdipendenza economica con la
Cina e centralità dello scenario taiwanese rappresenterà il banco di prova della politica estera
giapponese nei prossimi anni.

Alessio Dragoni
Marco Anastasi


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